Abruzzo in primo piano

  • Default
  • Title
  • Date
  • Random

Remo Gaspari nel suo studio nel 2008di Paola Di Brino (intervista registrata a maggio del 2008)

Non ha mai digerito gli appellativi “Duca degli Abruzzi” e “Colosso di Gissi”. Lui preferisce essere chiamato semplicemente “zio Remo” perché “rappresenta il mio modo umano di trattare con le persone”. Doppiopetto grigio, cravatta regimental e Rolex d’oro, l’ex pluriministro Remo Gaspari entra nello studio-salotto al terzo piano della sua casa di Gissi. Nella palazzina con la facciata in mattoni bruniti e le persiane verdi che si spalancano su corso Vittorio Emanuele, torna sempre volentieri per trascorrere le vacanze. “Ormai vivo stabilmente a Roma, la città di mia moglie, ma porto l’Abruzzo nel cuore”, confida lanciando uno sguardo al portafoto d’argento che incornicia il volto della sua adorata Miriam, scomparsa nel 1997. Per qualche istante Gaspari, 87 anni il 10 luglio, si lascia andare ai ricordi nella grande stanza col caminetto in pietra bianca che interrompe la boiserie-libreria color nocciola.

“Io sono figlio di un povero sarto, Achille, che alla fine del 1800 andò a New York e divenne il re della moda americana”, racconta con una punta d’orgoglio. “I suoi abiti venivano indossati da Gary Cooper, Clark Gable, Tyron Power e altre grandi star del cinema. Disegnava i modelli e li vendeva. Lui”, sottolinea, “ era un anarchico. Rinunciò a legarsi ai cugini che avevano catene di boutique in America perché voleva tornare al più presto in Italia. Costruì questa casa nel 1904. Mandò i soldi e la fece realizzare su progetto americano. A quei tempi, qui nessuno aveva il gabinetto. Mio padre ne fece realizzare cinque, uno perfino in cantina. Tornò definitivamente a Gissi nel 1921, l’anno in cui sono venuto al mondo, ultimo di tre figli maschi. Quando sono nato, mio padre era un uomo ricco. Portò il cinematografo in paese e fondò il primo asilo. Ma io ero sempre il figlio di un sarto e sono andato avanti da solo. Ho fatto carriera per meriti”. Poi fa un lungo salto nel tempo e, col piglio del politico, si tuffa nell’Abruzzo di oggi. “Che sta andando alla deriva”, analizza scuotendo la testa.

Le famiglie non arrivano a fine mese, i giovani non trovano lavoro, le fabbriche chiudono. Come vede il futuro della nostra regione?
“Dai dati che mi ha fornito la Svimez sul Mezzogiorno d’Italia, ho constatato il crollo dell’Abruzzo. Nel 1992 era in testa alle regioni del Mezzogiorno dell’Europa comunitaria. Era al primo posto con il 92% del reddito medio comunitario. Oggi siamo scesi al 20° posto con un reddito inferiore all’80%. Dal 2001 al 2006 il sud ha avuto un incremento dello 0,7%, l’Abruzzo ha avuto un decremento dello 0,1%. Quindi, siamo in coda a tutte le regioni del Mezzogiorno. L’Abruzzo non produce più reddito. Il motivo? Il clientelismo. Basti pensare che di fronte alla disastrosa situazione dell’economia abruzzese, alla Regione pare sia in progetto l’assunzione a tempo indeterminato di circa 300 personaggi che hanno tutti un legame con la politica. Il risultato qual è? La Regione Abruzzo ha un organico, in proporzione, pari a oltre il doppio di quello della Lombardia. Quindi tutte le risorse di cui la Regione dispone stentano a pagare le sole spese per il personale. Una regione che non investe più, una regione che ha abbandonato l’economia, che brucia soltanto le risorse economiche senza mai investirle, è destinata ad andare sempre indietro”.

C’è una soluzione?
“Quella di cacciare gli attuali politici, non c’è altra possibilità. Bisogna cacciarli e trovarne dei nuovi che siano disposti ad amare la loro terra, non a mangiare sulla politica. Non a vivere di politica ma di ideali. Disponibili a realizzare gli ideali sui quali si nutre il successo della politica e si nutre l’avanzata di una regione, di un paese. Questo è il difetto dell’Italia”.

Si fa un gran parlare dello sviluppo delle aree interne. Ma finora non si è visto nulla. Cosa si può fare per evitare lo spopolamento dei piccoli centri?
“Noi abbiamo un buon presidente alla guida della Provincia (Coletti, ndr), che però non può fare più di tanto perché i piccoli partiti di estrema sinistra impongono le loro scelte. Non si curano più le strade. In zona abbiamo dei paradossi incredibili. Cito alcuni esempi. La provinciale tra Atessa e Casalbordino, che era una strada vitale, è interrotta da due anni e non viene ripristinata. Per parecchio tempo si è interrotto il ponte sul Sinello e per andare a Guilmi o a Carpineto bisognava fare il giro per Casalanguida, cioè raddoppiare o triplicare il tragitto. L’intervento, alla fine, è arrivato dopo infinite sollecitazioni. L’anno scorso, percorrendo la provinciale per venire a Gissi, sono scoppiate due gomme alla mia auto. L’ho detto al presidente della Provincia e mi ha risposto che anche a lui era scoppiata una gomma. Poi sono state rattoppate le buche. Ma si sono subito riformate. Comunque, chi viaggia su queste strade deve stare molto attento se non vuole correre rischi. Tutto questo nasce dal fatto che si sponsorizzano le cose che non servono, mentre si trascurano quelle principali. Il mercato non viene alimentato, quindi non crea occupazione, e allora i politici, che devono provvedere alle esigenze della propria famiglia, si preoccupano solo di posti”.

C’è un rimedio per risanare la sanità in Abruzzo?
“Basterebbe applicare la legge. Negli anni Novanta, quando facevo parte del consiglio dei ministri, constatammo che il sistema vigente nelle unità sanitarie locali si era dimostrato molto clientelare. Esse erano quindi soggette agli interessi personali degli amministratori e poco attente alla spesa. Allora, per togliere di mezzo clientelismo e interessi personali varammo una legge la quale stabiliva l’aziendalizzazione delle strutture sanitarie pubbliche. Che significa “aziendalizzazione”? Significa che l’ospedale non doveva vedere la sua spesa pagata a piè di lista ma doveva ricevere dallo Stato il corrispettivo per i servizi erogati. La spesa sanitaria dell’Abruzzo, il quid pluris al quale non si riesce a far fronte, dove si annida? Negli ospedali. Se gli ospedali di Chieti o di Pescara, venissero pagati in base alla produzione, la spesa scenderebbe del 30 o del 40 per cento”.

Invece cosa succede?
“Invece si continua a pagare a piè di lista, cioè si paga quello che costa, non in base al fatturato ovvero a quello che si produce, e naturalmente si paga il 40 per cento in più. Il tutto disinteressandosi della qualità del prodotto. Per esempio il Gemelli, a Roma, viene pagato in base alle prestazioni e paga i medici più di quello che percepiscono negli ospedali pubblici. Il Gemelli economizza con il pagamento sulle tariffe. E ogni hanno allarga il numero dei posti letto. Addirittura ha comprato tutta Valle Giulia.Tutto questo con il denaro che riceve dallo Stato attraverso l’applicazione delle tariffe. Ciò non lo si riesce a fare negli ospedali abruzzesi perché c’è di mezzo il clientelismo, cioè i signori amministratori della Regione, non solo questi ma anche i precedenti, vogliono gestire le nomine dei primari, le nomine dei medici e degli infermieri, vogliono fare tutta una serie di porcherie che la legge che noi abbiamo fatto nel Novanta aveva eliminato attraverso l’aziendalizzazione degli ospedali. Questo non incide solo sui costi, e tra l’altro gli abruzzesi devono pagare le imposte raddoppiate rispetto alle altre regioni, ma anche sulla qualità che, nel nostro caso, è la peggiore. In questo modo non si sceglie il meglio. Se tu paghi in base al fatturato devi avere i primari migliori, che attivino il lavoro, che facciano andare bene l’equilibrio finanziario di un ospedale. Ma quando tu paghi a piè di lista se il primario lavora o non lavora, se legge il giornale o si assenta, non ha alcuna importanza, tanto poi paga Pantalone. Con l’aziendalizzazione si risolve il problema. Tutto il dramma della spesa pubblica non esiste in Abruzzo, ma esiste il dramma di una Regione che non vuole applicare la legge”.

Secondo lei, in Abruzzo le cose funzionavano meglio ieri oppure oggi?
“I dati rilevano che dal 1980 al 1992 l’Abruzzo aveva il reddito pro-capite più alto d’Italia. Oggi abbiamo trentamila posti di lavoro in meno. Non c’è la possibilità di fare un confronto. Il dramma dell’Abruzzo dipende dalle politiche sbagliate che oggi producono solo danni. Secondo me bisogna mandare tutti a casa. E se quelli che verranno dopo dovessero essere uguali, allora vuol dire che il destino dell’Abruzzo è segnato. Da quando ho sgombrato il campo su richiesta degli abruzzesi che volevano il cambiamento, i miei successori non hanno fatto nulla. Basti pensare che non sono state ancora completate le circonvallazioni per cui erano stati programmati 4mila miliardi delle vecchie lire. Come quelle di Giulianova, Roseto, Vasto e San Salvo. E’ tutto fermo. Sono passati 15 anni e non c’è una sola opera nuova realizzata. Le amministrazioni comunali più attive spendono tutti i soldi per abbellire le strade, per fare i giardini, le aiuole. Ma non si preoccupano di creare posti di lavoro. Ai miei tempi, quando giravo per i comuni, la gente mi chiedeva il lavoro, non le aiuole. Ecco perché dovevo fare tremila, quattromila posti di lavoro all’anno sennò venivo assalito. Oggi è tutto fermo, l’economia è in crisi. Abbiamo toccato il fondo. L’unico rimedio è quello di dire basta al clientelismo, basta alla politica mangereccia. Non è possibile che chi fa politica lo fa perché non è capace di svolgere la professione. Questa è una cosa vergognosa”.

Ma il clientelismo c’era anche prima.
“A me attribuivano il clientelismo: era una calunnia perché i partiti di sinistra dovevano giustificare le loro sconfitte in Abruzzo. E allora dicevano a Roma che qui c’erano due Democrazie cristiane, quella di Gaspari e quella di Natali, che “alle elezioni si mettono insieme per ottenere i risultati e noi dobbiamo lottare contro due partiti”. Poi Natali è andato alla Comunità europea e io sono rimasto solo. Eppure il risultato non è cambiato, non ho perso un solo voto. Quindi il clientelismo che ci attribuivano non c’era. L’altra questione è questa: il clientelismo lo si realizza quando si fanno le cose sbagliate. Io sono stato sindaco per 27 anni al Comune di Gissi dove c’era una popolazione di 3.300 abitanti e, secondo le regole ottimali, avrei dovuto avere 33 dipendenti invece ne ho avuti solo 19 per tutta la durata del mio servizio. Mi attribuivano di aver riempito l’Italia di postini abruzzesi, ma quando sono andato via si sono accorti che alle Poste mancava il personale”.

Luciano D’Alfonso (Pd) è stato rieletto sindaco di Pescara. Come giudica il lavoro che ha svolto finora?
“Fra tutti gli amministratori in circolazione, D’Alfonso si è rivelato il migliore. Qual è il suo difetto? Finora si è occupato e preoccupato molto di quella che è la percezione diretta del cittadino, quindi dei servizi comunali, delle strade, dei marciapiedi, degli abbellimenti. Secondo me D’Alfonso ha trascurato una cosa importante: i posti di lavoro. Ha trascurato quello che per me, ai miei tempi, era il compito primario degli amministratori. Bisogna produrre ricchezza, non consumarla. Secondo me, se D’Alfonso fosse andato alla Camera avrebbe imparato anche la politica creativa. Al momento è l’unica persona in grado di far ripercorrere all’Abruzzo la strada del successo. E’ un bravo sindaco e continuerò a sostenerlo”.

La lamentela più ricorrente è: “Tanta propaganda e pochi fatti”. Se lei fosse il sindaco di Pescara, cosa farebbe?
“Se fossi il sindaco di Pescara mi occuperei della creazione di un’economia moderna e avanzata. Farei del turismo uno dei punti fondamentali dell’attività pescarese. La libertà è tornare sull’altra riva. Quindi bisogna sviluppare le relazioni con l’altra sponda dell’Adriatico. Per esempio, sul piano industriale, creerei delle cooperative miste per la pesca, in modo che quando qui c’è il fermo, il pesce arriva dall’altra parte. Bisogna creare tutta una serie di condizioni affinché la sponda preferita dell’Adriatico sia Pescara, non Ancona o Bari. Più che le cerimonie, qui ci vogliono i fatti”.

Dall’alto della sua esperienza, che requisiti deve avere un bravo politico?
“Un bravo politico deve, prima di tutto, essere aperto alla critica. Io odiavo chi mi osannava, mi faceva schifo. Mentre mi piaceva chi mi criticava. E poi bisogna andare al sodo, guardare ai fatti. Nulla si ottiene se non al prezzo di grandi sacrifici. Per avere l’insediamento Fiat in Val di Sangro, che era definita la valle della morte a causa della massiccia emigrazione, io ci ho lavorato nove anni, con grande tenacia. E ancora oggi sorgono spontaneamente aziende dell’indotto grazie soprattutto a operatori abruzzesi che, da operai, diventano imprenditori”.

Le raccomandazioni di oggi sono come quelle di ieri?
“Prima non è mai esistita la raccomandazione a favore di uno e a danno di un altro. Noi abbiamo sempre cercato di aiutare chi aveva bisogno, perché è un dovere cristiano, ma senza mai ledere gli interessi degli altri. Adesso, invece, c’è un sistema per il quale chi non è nel giro è destinato a morire. Questa è la situazione”.

C’è qualcosa da rimpiangere della prima Repubblica?
“Coloro che amano la libertà, che amano il gioco in un mercato libero devono rimpiangere la prima Repubblica. Io sono il figlio di un morto di fame, un sarto anche se geniale, e come ho fatto questa carriera? Non avevo mezzi e sono andato avanti con i meriti. All’università non ho mai pagato le tasse perché ero sempre il migliore della mia facoltà. Sono stato chiamato alle armi e alla scuola allievi ufficiali di Pola avevo l’incarico più pregiato. Andato in guerra, sono stato sempre aiutante maggiore di reggimento e di battaglione, un incarico che non veniva mai dato a un ufficiale di complemento ma solo a quelli effettivi”.

Gli esponenti abruzzesi della nuova Dc hanno annunciato una raccolta di firme da presentare al presidente della Repubblica per nominarla senatore a vita. Che ne pensa?
“Sono assolutamente contrario. Ho prodotto moltissimo e la gente è abituata all’immagine di Remo Gaspari che produce. Oggi ho 87 anni, il cervello è lucidissimo però il fisico non è più quello di una volta. Dunque, non potrei rendere come vorrei. Sarei una delusione per gli abruzzesi e io ne soffrirei molto, ne morirei. Mentre sono disponibile a stare al fianco di chi vuole il bene dell’Abruzzo, anche andando al di là delle mie forze fisiche. Ad esempio, in questi giorni mi sto dando da fare affinché la Sangritana ripristini il treno della Valle visto che il prossimo anno, con i Giochi del Mediterraneo, ci saranno le gare sul lago di Bomba”.

In questo momento, qual è il suo più grande desiderio?
“Che cambi la politica in Abruzzo”.

Un appello ai politici.
“Che abbandonino l’egoismo per i propri interessi e ritrovino la via dell’amore per la loro terra e i loro conterranei”.

C’è una persona che porta sempre nel cuore?
“Paolo Emilio Taviani, comandante democristiano della Resistenza e più volte ministro, che mi ha formato politicamente. E poi nel mio cuore c’è sempre mia moglie”.

I Blog di Abruzzo Italia

  • 1