Saverio Occhiuto

Qualcuno ha definito quello appena nato il Governo della rabbia sociale. Ma che cos'è la rabbia sociale se non la somma di tante singole frustrazioni personali, magari non sufficientemente mediate da un robusto bagaglio culturale, che poi trovano espressione sostanzialmente in due luoghi fisici: lo stadio e l'urna elettorale.

E lì che, finalmente solo o sorretto dalle folle sobillanti della curva Sud, puoi dare sfogo ai rancori covati in famiglia o sul posto di lavoro, liberandoti di tutto con un gesto: quello dell'ombrello all'indirizzo dell'arbitro che non ha concesso il calcio di rigore, o tracciando semplicemente una croce sul simbolo del partito che, a suon di vaffa, ti ha indicato come sbarazzarti di chi ti opprime con le tasse, non ti fa andare mai in pensione, non accoglie tuo figlio tra le braccia della Pubblica amministrazione perché non hai uno zio nei palazzi che contano.

O, per addentrarci nell'inconscio, del nemico che è in te quando l'asticella del bisogno e del desiderio continua a crescere e tu, per mille ragioni, non riesci mai ad arrivare all'uva: l'auto o la donna che vorresti, la vacanza da sogno, la crema antirughe che costa quanto un week end a Capri...

Così le due forze politiche più populiste e anti sistema hanno fatto il pieno il 4 marzo e, nonostante i due programmi elettorali così asimmetrici, hanno deciso di dar vita insieme al “Governo del cambiamento”. Cosa accadrà adesso è difficile prevederlo, anche per gli stessi protagonisti che oggi occupano le stanze di Palazzo Chigi.

Perché adesso quella rabbia sociale che ha portato al consenso non potrà più essere governata con gli slogan della campagna elettorale ma con risposte razionali che non sempre coincidono con i desideri o i sogni di tutti. Non resta che aspettare, per vedere come finirà la partita e capire se quella rabbia ci ha davvero lasciati o è ancora lì, ad agitare i nostri istinti più rivoluzionari.