Altro che mondo virtuale. I social non sono dei video game. Quando comunichi con uno de tuoi amici su Facebook lo fai con persone in carne e ossa, non con  Jeeg Robot.

Certo, non sei al bar sotto casa o alla partita di calcetto dove puoi fissare negli occhi il tuo interlocutore, stringergli la mano, abbracciarlo o mandarlo a quel paese con il gesto dell'ombrello. Ma è tutto vero: ciò che dici e ciò pensi in quel preciso momento, magari comunicandolo solo attraverso le emoticon (cuoricini che pulsano, faccette sorridenti o imbronciate). Peggio che nella realtà.

Perché quando sei a casa non ci pensi affatto di bussare alla porta del vicino per mostragli il piatto di spaghetti alla amatriciana che ti stai gustando in perfetta armonia con te stesso, mentre con uno scatto dello smartphone puoi farlo arrivare in un paio di secondi sul tavolo dell'amico lontano, uno che magari in quel momento sta veleggiando su un fiordo norvegese e che risponde subito con un piatto di salmone affumicato.

E' tutto vero: le emozioni, le intelligenze, i limiti, i difetti fisici e le debolezze umane che si manifestano nel mondo dei social. Lo sanno così bene gli inserzionisti pubblicitari da conoscere ormai tutto di noi: gusti, abitudini, stili di vita, orientamento politico, proprio grazie ai nostri post su Facebook e ai “mi piace” che dispensiamo sui link degli amici.

Passiamo un'ora o due della giornata davanti al pc, convinti di ritagliarci qualche momento di svago e di sana solitudine, lontani dal trambusto dell'ambiente di lavoro, dal tram-tram  domestico. E invece, proprio in quel momento, siamo usciti di casa con le pantofole: entriamo senza rendercene conto nella vita degli altri, parliamo di noi, raccontiamo gli aspetti più intimi e inesplorati della nostra personalità e pretendiamo che gli altri facciano lo stesso. Ma non è un video game. E' la vita, concentrata come il succo di pomodoro in un barattolo di vetro.