Martedì 29 Giugno 2010 23:54

Sembrava tutto chiaro, appena un mese fa. Insomma sembrava chiaro che a uccidere Pier Paolo Pasolini all’Idroscalo di Ostia, in una notte di novembre di 35 anni fa, fosse stata una sorta di congiura degli offesi, di gente che si sentiva colpita dai suoi Scritti corsari.
Sì, i soliti noti dell’eterno mistero italiano: Cefis, la P2, la Mafia. Aggiungete voi gli ingredienti che pensate manchino all’impasto e poi frullate. A sigillare il disvelamento del mistero della sua morte violenta c’era un altro mistero, come sempre accade in Italia: qualcuno aveva rubato un capitolo di Petrolio, il suo romanzo incompiuto e pubblicato postumo.
Quale? Quello - pensate un po’ - in cui lo scrittore avrebbe adombrato l’ipotesi che dietro la morte di Enrico Mattei, il presidente dell’Eni scomparso in un incidente aereo nel 1962, ci fosse niente poco di meno Eugenio Cefis, che gli sarebbe succeduto sul ponte di comando dell’Ente nazionale idrocarburi.
Un omicidio su commissione, insomma. Di chi? Ma della Mafia e delle Sette sorelle, signore internazionali del petrolio. Naturalmente. A speziare il tutto il fatto che a raccontare del capitolo mancante era stato Marcello Dell’Utri, braccio destro di Berlusconi.
Uno straniero di passaggio nel Belpaese, che avesse letto gli articoli su questo impasto indigeribile (e inverosimile) di contro-storia, avrebbe avuto il suo bel da fare per convincersi che gli italiani non si erano bevuti il cervello (dopo aver ingurgitato l’impasto).
Insomma, Pasolini, che aveva una vita sessuale avventurosa (basta leggere qualche pagina di Petrolio, quello sul prato della Casilina, per esempio, per farsene un’idea), non poteva essere stato ucciso da una delle “marchette”, giovani sottoproletari ignari di politica e contro-storie italiane, che pagava per fare sesso. No, la sua morte doveva per forza essere al centro del solito intrigo italiano senza capo né coda.
La mentalità cospiratoria funziona così. Non può mai esserci una causa accidentale di un evento importante, di un fatto che sconvolge l’immaginazione collettiva. No, il caos che il caso introduce nella vita di tutti e di ognuno non è accettabile per i discepoli un po’ ottusi di un illuminismo da trattoria.
Accettare il caso, l’accidentalità degli eventi, espone al rischio di affrontare la vita (la storia) con le armi individuali e rischiose dell’analisi fattuale e del giudizio individuale. Due “veleni” che ostacolano la possibilità di dormire sonni tranquilli e innocenti.
Antoine Doinel
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