Venerdì 11 Marzo 2011 10:38

Ho visto Berlusconi presentarsi davanti a fotografi e giornalisti per annunciare i punti cardini della riforma della giustizia. Aveva un vistoso cerotto sul viso che nascondeva i segni del recente intervento chirurgico subìto per eliminare i postumi dell’aggressione di Milano.
Una sorta di metafora che dava benissimo l’idea della Costituzione ferita, con una riforma che assoggetta nella sostanza il potere giudiziario a quello politico, stravolgendo un principio cardine della Giurisdizione.
Non ho sempre assolto la magistratura, anzi ho spesso criticato apertamente alcune forzature e cadute di stile.
Dopo tanti anni, penso ancora che la procura di Milano abbia fatto un clamoroso autogol spedendo a Berlusconi un avviso di garanzia proprio nel giorno in cui il premier teneva il vertice dei 7 a Napoli. Il giorno prima, o quello dopo, non avrebbe cambiato nulla ai fini dell’iter del procedimento in corso.
Detto questo, non sfugge a nessuno che questa riforma ha il sapore di una resa dei conti tra potere politico e magistratura che viene da lontano.
Non sono stati solo i processi di Berlusconi ad armare la mano dell’esecutivo.
L’attuale maggioranza è composta in gran parte da ex Dc ed ex socialisti che non hanno mai perdonato alle “toghe rosse” di Milano di avere spazzato via una intera classe dirigente. E, soprattutto, di avere colpito quel sistema di finanziamento illecito dei partiti che per quarant’anni aveva foraggiato tutti, chi più chi meno.
Vedremo, con l’applicazione di questa riforma, se dietro la lavagna ci andranno soltanto i magistrati o anche 63 milioni di cittadini che ne subiranno gli effetti.
L’articolo 4 della proposta di legge recita: “L’azione penale rimarrà obbligatoria ma sarà il Parlamento a stabilire le priorità”.
L’impressione è che quel cerotto sul viso esibito da Berlusconi sia proprio una metafora del momento: botte da orbi tra poteri di fronte ad una platea sfinita dalla lunghezza del match e dissanguata dal prezzo del biglietto.
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