Venerdì 14 Gennaio 2011 16:47

Prepariamoci alla stucchevole ondata di retorica sull’Unità d’Italia: nelle prossime settimane ci sommergerà. Ha aperto il valzer degli inni al Tricolore il presidente della Repubblica Napolitano, che poverino lo fa per mestiere, e dunque appare quantomeno il più credibile.
Ma gli altri…
Vediamo cos’era l’Italia prima che Garibaldi e i suoi mille sbarcassero a Marsala per risalire la penisola liberandola dai Borboni e dal Regno delle due Sicilie.
Era un paese dove il 65% del pil era prodotto dalle regioni del centro-sud, che erano anche le depositarie della cultura e di gran parte del patrimonio artistico e paesaggistico della nazione.
Oggi, dopo quella “eroica” impresa di 150 anni fa, la situazione è del tutto ribaltata: tre grandi regioni del Sud, come la Campania, la Calabria e la Sicilia, sono governate dalla mafia, sommerse dal cemento che ha depredato le loro coste, dal malaffare politico-amministrativo e dai rifiuti.
L’Italia del Nord-Est, che prima del 1861 era una sterminata palude avvolta dalla nebbia e divorata dalle zanzare, è oggi la zona più ricca e industrializzata del paese, dove si covano progetti secessionisti e vincono gli stessi egoismi e le analoghe pulsioni che armano la mafia al Sud: le ultime sparate sull’Abruzzo del leghista Borghezio si commentano da sole.
Siamo un paese dove, appena si varcano i confini di una regione, cambia tutto: usi, costumi, mentalità. Persino la lingua, con accentuazioni che non si riscontrano in nessuna parte del mondo.
Ancora oggi, se dovessero incontrasi su un treno un contadino della “Padania” e uno della Valle dei Templi, avrebbero difficoltà a comunicare, se non a gesti.
E allora, cosa c’è da festeggiare?
Non fosse stato per il pallone, per le gioie che ci ha regalato nel tempo la nostra Nazionale di calcio, nessuno conoscerebbe oggi l’inno di Mameli o avrebbe mai assaporato la gioia di portare in trionfo una bandiera.
I nostri ragazzi in missione in paesi lontano, certo. L’ultimo aveva 24 anni ed è tornato dentro una bara accompagnato da mille bugie sulla sua fine. Un drappo tricolore e un picchetto militare hanno nascosto anche la fine prematura di questo giovane soldato sacrificato sull’altare di una patria che non c’è.
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