Lunedì 02 Agosto 2010 08:49

Natalino Otto la cantava nel lontano 1939, quando i fragori della guerra non avevano ancora tolto il sorriso ad un’Italia ingenua ma spensierata. “Se potessi avere mille lire al mese” è un’icona della musica leggera italiana, tramandata di generazione in generazione e sempre attualissima nel suo messaggio.
Il motivo è semplice. Mille lire al mese è il sogno più popolare, più ambito, proprio perché alla portata di tutti. Non come la vincita milionaria alla lotteria. E’ il sogno dello stipendio sicuro, della famiglia che cresce, della casa comprata con il mutuo e dell’utilitaria pagata con due o tre anni di cambiali. Il sogno possibile.
Oggi sono tanti i giovani che alla fine di un percorso di studi lungo e faticoso sognano un lavoro da mille euro al mese, lo stipendio fisso che non ti consentirà mai una vita da nababbo ma ti dà almeno l’opportunità di cominciare a costruire un futuro. Poi si vedrà.
Mi è tornata in mente la canzone di Natalino Otto qualche giorno fa, quando ho appreso dell’iniziativa dei parlamentari di tagliarsi appunto di mille euro al mese l’indennità di 21mila euro percepita per servire il Paese. E che servizio!
L’onorevole Francesco Nucara, segretario del Pri, è stato uno dei pochi a bollare come una autentica ipocrisia la mossa populista di Montecitorio, suggerendo ai colleghi parlamentari di iniziare a pagare con i propri soldi i rispettivi portaborse, visto che anche questa “voce” rientra nell’indennità milionaria che deputati e senatori intascano mensilmente per l’intensa e faticosissima attività di rappresentanti del popolo.
Lo spettacolo che la politica sta fornendo di sé in questi giorni mi induce tuttavia a pensare che il tempo della vacche grasse sta per finire. Alle ultime regionali l’astensione alle urne ha superato il 40%. Se si votasse oggi andrebbe ancora peggio.
E chi spera di riconquistare il consenso tagliando di un misero 4% i costi della politica, dimostra di non aver capito nulla del popolo delle mille lire al mese.
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