26 mag, 2012
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VUVUZELAS


Ultimi nel girone più facile dei mondiali, con i modesti operai della Slovacchia che si prendono gioco dei campioni del mondo in carica nello stadio di Johannesburg, quello che ha ispirato il celebre film Invictus, metafora delle imprese impossibili.

Diciamola tutta: peggio di così non poteva finire l’avventura della nostra nazionale di calcio. Peggio di ogni gufata leghista, al di là di ogni catastrofica previsione quando abbiamo scoperto che nella lista dei 23 per il Sudafrica il ct Marcello Lippi aveva dimenticato gente come Cassano, Grosso e Balotelli, puntando tutto sui fiori di….Maggio.

Dopo la Francia, un’altra grande potenza che lascia gli stadi delle vuvuzelas con il capo chino e le mani sul volto per coprire il rossore.

Anche questa una metafora del mondo che cambia: le superpotenze costrette a lasciare il campo agli stati emergenti, dall’Est Europa all’Africa, all’Asia, al Sudamerica, mentre un pozzo di petrolio che continua a sputare il suo greggio nel golfo del Messico tiene in ostaggio il povero Obama e gli Stati Uniti, peggio di quanto avvenne dopo l’11 settembre.

E noi? Oggi siamo un paese ridicolo, messo un po’ alla berlina da tutti. Speravamo nel pallone. Ma l’unica, assordante nota delle vuvuzelas assume oggi il significato beffardo di una sonora pernacchia.

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