| Voci nell'ombra: l'omosessualità in Abruzzo |
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![]() di Paola Di Brino Avvocati, medici, insegnanti, parrucchieri, commercianti, impiegati, operai, intellettuali, studenti. Sono un migliaio gli omosessuali “dichiarati” in Abruzzo. Il 60% è costituito da uomini, il 25% da donne e il restante 15% da transessuali. Un mondo vasto e misterioso. Vasto perché i numeri sono molto più elevati e la barriera del pregiudizio troppo spesso impedisce di uscire allo scoperto. Misterioso perché è una realtà fatta di vite nell’ombra, soffocate dal muro eretto dai condizionamenti sociali e culturali. Ma è comunque un mondo a colori, con storie intrise di sofferenza, gioia, dolore, amore. Esistenze in continua lotta per demolire i tabù nei confronti di ciò che, per convenzione o altro, viene definito “diverso”. “Solo il 10% degli omosessuali riesce a dichiararsi e a vivere liberamente la propria condizione”, afferma Carla Liberatore, che da anni svolge un monitoraggio sul fenomeno in Abruzzo. “La maggior parte delle persone vive l’omosessualità in maniera occulta a causa delle implicazioni di tipo sociale, culturale e professionale. Molti hanno paura di essere cacciati di casa, oppure di perdere il posto di lavoro. Purtroppo”, rileva, “il fondamentalismo moralista ha spesso causato molti danni ai ragazzi, specie se minorenni, costretti dai genitori alle cosiddette ‘terapie riparative’ a base di estenuanti sedute psicologiche che non fanno altro che creare danni alla personalità dell’individuo, inducendo talvolta anche al suicidio”. Attivista aquilana del movimento Lgbt (lesbiche, gay, bisex e trans), Carla Liberatore ha fondato nel capoluogo il gruppo Cronisti senza frontiere, le associazioni Gaya, Amazzoni L’Aquila e Arcigay, oltre allo sportello sui diritti civili intitolato allo scrittore Massimo Consoli. “L’omosessualità non è un fenomeno della società moderna e non è una moda”, sottolinea. “C’è l’errata convinzione, manipolata dai fondamentalisti moralisti, che sia un fenomeno di massa. Se oggi c’è un aumento di persone che dichiara la propria omosessualità, a cominciare dai politici, dai cantanti e dagli attori, è perché si sta diffondendo una politica dei diritti civili che fino a qualche anno fa era tabù. Anche attraverso le associazioni”, aggiunge, “noi lottiamo per eliminare le barriere del pregiudizio attraverso azioni propositive che mirano ad aprire un dialogo con le famiglie dei ragazzi omosessuali”. Carla è stata una delle prime donne a “dichiarasi” in una città di provincia come L’Aquila. “Oggi mi sento libera e felice. Le persone mi hanno sempre stimato, indipendentemente dalla sfera sessuale. Per me è stata una grande conquista ed è bello che oggi, seppur timidamente, anche all’Aquila si cominciano a vedere coppie omosessuali che passeggiano tenendosi per mano”, conclude Carla Liberatore invitando i genitori di ragazzi gay, lesbiche o trans a rivolgersi alle associazioni che operano in Abruzzo per avere informazioni e chiarimenti, oltre a un sostegno psicologico, prima di intraprendere qualsiasi percorso “terapeutico”. Orlando e Bruno, insieme da 44 anni Orlando si trascina dietro il peso di un’infanzia fatta di soprusi e violenze. “La mia famiglia non mi ha mai accettato, ho passato i guai. Mi maltrattavano perché non tolleravano i miei atteggiamenti femminili. Fin da bambino”, ricorda, “ho avuto la consapevolezza di essere omosessuale. Mio padre mi chiamava ‘femminella’ perché ero molto sensibile e dolce, al contrario di come doveva essere un uomo a quei tempi. Dovevo lottare contro me stesso per cercare di dimostrare il contrario di quello che ero realmente. Una sofferenza atroce. Anche i miei fratelli”, prosegue con un groppo in gola, “mi trattavano male e mi davano i calci ai testicoli: sono stato operato 4 volte perché avevo tutti i tessuti rovinati. Dopo la morte di mio padre, mia madre ha continuato a umiliarmi perché condizionata dal marito. E’ andata perfino dagli psicologi chiedendo se mi potevo sposare, ma loro le risposero di lasciarmi vivere in pace. Alla fine decisi di fuggire in Germania per poter vivere liberamente la mia omosessualità. La mia vita è stata tutta una lotta. Per fortuna ho incontrato Bruno, originario di Atri, che mi ha sempre dato la forza di andare avanti con dignità”. Nel 1975 Orlando e Bruno decisero di lasciare Stoccarda e di trasferirsi a Pineto. “Nel 1976 aprimmo un locale gay investendo tutti i soldi che avevamo guadagnato in Germania, ma dopo qualche tempo ce lo fecero chiudere”, dice Orlando la cui esistenza è stata allietata anche dalla presenza di un bambino. “Io e Bruno abbiamo cresciuto il figlio di mia sorella che è entrato nella nostra casa all’età di 7 anni. E’ vissuto con noi per 20 anni e non gli abbiamo mai fatto mancare nulla. Oggi è sposato e ha un bel bambino, peccato che non ci venga mai a trovare”. Nonostante la loro discrezione e riservatezza, Orlando e Bruno sono ancora oggi vittime del pregiudizio. “Tuttora viviamo in una condizione difficile. Ogni tanto qualche ragazzo maleducato passa sotto le nostre finestre lanciandoci insulti e minacce. Noi siamo una coppia felice, non diamo fastidio a nessuno. Eppure il pregiudizio prende sempre il sopravvento. Per fortuna, conosco tanta gente che mi stima e mi vuole bene. Oggi”, rileva Orlando, “ è più difficile di ieri, ci sono troppi giovani maleducati. C’è troppa ipocrisia. Se due persone stanno insieme e si vogliono bene non fanno male a nessuno. Non c’è sesso che tenga: comanda solo il cuore. Sfido qualsiasi coppia etero a vivere ancora felice dopo 44 anni”. Presto la storia d’amore di Orlando e Bruno sarà raccontata in un libro. “Ogni mattina Bruno mi porta il caffè a letto, mi bacia e sussurra: Ti voglio bene come il primo giorno”, dice commosso il compagno. “Come fiorista, ho visto salire tante coppie sull’altare. E quando osservavo gli sposi felici, avevo un gran desiderio di farlo anch’io. Ma una lacrima mi scendeva sul viso perché avevo l’amara consapevolezza di non poter mai realizzare questo sogno”. L’onorevole “Sul riconoscimento delle coppie di fatto purtroppo la situazione è ferma. Da quando sono stata eletta deputata”, spiega, “ho presentato tre proposte di legge molto importanti che riguardano altrettanti istituti giuridici: il matrimonio tra omosessuali, il Pacs per i riconoscimento giuridico delle coppie dello stesso sesso e la Partnership che garantisce una serie di diritti alle coppie omosessuali, dalla reversibilità della pensione alla possibilità di assistere in ospedale il partner morente, fino al diritto di essere destinatario dell’eredità e di subentrare nel contratto d’affitto. Ma è tutto bloccato. Va fatta una battaglia parlamentare. Io e il collega di Forza Italia, Benedetto Della Vedova, abbiamo messo su un tavolo bipartisan per esaminare le varie questioni, ma purtroppo in questo momento ci sono cose più urgenti da risolvere”. “Riguardo alla possibilità di crescere un figlio da parte delle coppie omosessuali”, prosegue la parlamentare, “ho presentato un’altra proposta di legge importantissima che riconosce la figura del cogenitore, ovvero il genitore non naturale che può adottare il figlio della compagna in modo da avere garanzie dal punto di vista giuridico”. Anna Paola Concia è inoltre relatrice, in commissione giustizia, della legge contro l’omofobia per punire tutti gli atti di violenza nei confronti degli omosessuali . Tornando alla sua regione, rileva con una punta di amarezza che “l’Abruzzo è ancora poco ricettivo verso l’omosessualità e con grande fatica gli attivisti riescono a farsi sentire”. Rivolge così un appello alle istituzioni abruzzesi, a cominciare da Comuni e Province, affinché garantiscano maggiore sostegno agli omosessuali: “E’ una conquista che va fatta a piccoli passi, pertanto invito i Comuni ad avviare una campagna contro l’omofobia in modo da sensibilizzare la popolazione al rispetto della diversità”. “Sono molto contenta”, aggiunge l’onorevole, “che si cominci a parlare liberamente di questo argomento anche nella mia terra”. L’ associazione Quali sono le problematiche più diffuse? “Il problema principale”, rileva Marco, “è il non essere accettati dalla famiglia: i genitori sanno ma non affrontano l’argomento creando uno stato di malessere interiore al figlio omosessuale. E questo, molto spesso, si traduce nella decisione di andare via di casa o, addirittura, di trasferirsi in un’altra città”. Dunque, la fuga come via di liberazione. Da qui la necessità di aprire un dialogo con le famiglie per aiutarle ad accettare la diversità. Forme di accoglienza, incontro e confronto sono offerte anche dal Centro studi Ulrichs dell’Aquila. Il centro studi nasce come un punto di riferimento culturale e sociale per il movimento Lgbt ed è intitolato al giurista tedesco Karl Heinrich Ulrichs, padre del movimento di liberazione dell’omosessualità che dedicò la sua vita a combattere il pregiudizio. Una lotta che lo costrinse ad abbandonare la Germania e a ritirarsi in esilio all’Aquila dove morì nel 1895. La sua tomba, nel cimitero monumentale aquilano, si è trasformata in una sorta di luogo di pellegrinaggio per tanti omosessuali. Il club “La maggior parte dei clienti è costituita da studenti universitari. Poi si vedono avvocati, commercialisti, architetti. Il livello culturale è comunque medio alto”, spiega Marcello Mistrorigo, titolare del Phoenix. “Questo locale, in cui si entra con una tessera dell’Arcigay nazionale, dà l’opportunità a gay e lesbiche di incontrarsi e socializzare. Altrimenti”, rileva, “molti omosessuali sarebbero costretti a vivere nascosti, rinchiusi dentro casa”. Marcello è anche una spalla forte sulla quale appoggiarsi e attingere energia per affrontare la diversità nel modo migliore. “Molti ragazzi mi chiedono consigli e io racconto la mia esperienza per aiutarli a vivere meglio la loro condizione. Io”, racconta Marcello, “ho sempre vissuto liberamente l’omosessualità: la mia famiglia ha accettato sia me che il ragazzo con il quale convivo da 8 anni. Forse sono stato più fortunato di tanti altri”. “Certo”, conclude, “ritengo sia molto meglio frequentare una discoteca e parlare guardandosi negli occhi, piuttosto che conoscersi su internet e lanciarsi in incontri occasionali che spesso si rivelano pericolosi”. Il prete “Ci sono molti credenti che vivono male la loro condizione: la religione cattolica appare ufficialmente molto chiusa e spesso fa vivere l’omosessualità come se fosse un errore innescando rapporti conflittuali. Bisogna invece trovare gli elementi giusti a cui aggrapparsi per poter vivere bene. Il comandamento ama il tuo prossimo come te stesso”, spiega don Carmine, “ va oltre la sfera sessuale. Il cristianesimo è fondato sul figlio di Dio che s’incarna e diventa un uomo, quindi ogni realtà umana è amata da Dio. Il problema è quello di incardinare questo messaggio positivo nella realtà che è sempre stata culturalmente omofoba. Di fatto la fede ci invia un messaggio di grande unità”. Don Carmine rappresenta una pietra miliare per molti uomini e donne tormentati dalla consapevolezza della diversità. “Vengono da me persone che hanno coltivato per anni un percorso spirituale e sono state attive nella Chiesa. Spesso”, osserva, “il problema di conciliare la propria omosessualità con un percorso di fede nasce negli strati culturali più elevati. Bisogna cercare di non sentirsi mai esclusi dalla comunità: gli omosessuali devono trovare lo stile di vita che meglio si adatta alla loro condizione”. “Non è l’educazione che rende omosessuali. E di certo non è una malattia. Fondamentalmente l’omosessualità è strutturata nelle persone e capita di prenderne consapevolezza durante il matrimonio. A volte si tace, altre volte si affronta e questo può comportare anche la rottura dell’unione. Ma ricordiamoci sempre”, rimarca don Carmine, “che tutte le creature sono uguali davanti a Dio”.
“La società si avvale del diritto di infliggere terribili punizioni all’individuo, ma ha anche il vizio supremo della superficialità e non riesce a comprendere ciò che ha fatto”. Oscar Wilde |






